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mercoledì 2 ottobre 2013

CIAO, RINGO!


 Ci lascia Giuliano  Gemma a 75 anni, in un incidente automobilistico. Gli eroi, però, non muoiono davvero mai. Action omaggia così un alfiere del cinema d’azione italiano, quello che non si fa più perché non si ha il coraggio di staccarsi dalle fiction melense, dai format che ci vengono imposti e dei quali il gradimento del pubblico è solo quello che ci viene detto che sia. Io, voi penso, amiamo ancora i vecchi eroi, come Ringo ma anche come lo scanzonato protagonista di Safari express e Africa Express, del prefetto di  ferro , di tantissimi film d’intrattenimento che amavamo da piccoli e siamo cresciuti sperando di vedere ancora e ancora. Anche se Tex forse non era il suo ruolo migliore Giuliano ha impersonato un mito della narrativa italiana e gliene siamo grati. Per questo e altri ruoli. Per la capacità di recitare e di muoversi da vero eroe d’azione, con quel uso viso da bello che era simpatico anche agli uomini. Ci mancherai Ringo!

Stefano Di Marino




L’arrivo della triste notizia della scomparsa di Giuliano Gemma è la ragione che ha spinto Fermo Immagine a dedicare a questo grande attore, protagonista assoluto del "western all’italiana" una piccola ma suggestiva mostra di manifesti "Ciao Ringo!" che ne ripercorre la carriera, dai successi western nei panni di Ringo a "Tex e il signore degli Abissi", dalla comparsata in "Ben Hur" a "Anche gli angeli mangiano fagioli", dal ciclo storico di "Angelica" a "Il deserto dei Tartari", "Ciao Nemico" e tanti altri.  

La mostra "Ciao Ringo!" resterà allestita nella sala Hollywood del Museo fino al 30 ottobre.

domenica 9 giugno 2013

MARTIAL WESTERN



Lucius Etruscus nostro storico collaboratore ci propone una carrellata dei principali Western…di argomento marziale

«I cinesi del “kung-fu” sono approdati a Roma» così esordiva una notizia dell’Ansa del 25 luglio 1973: che ci facevano questi cinesi nella Capitale? «Hanno deciso di girare nel nostro paese alcuni film del filone di Hong Kong con salti, capriole e manate micidiali come polpi d’ascia». I giornalisti nostrani erano costretti ad occuparsi di qualcosa che loro consideravano un abominio, e lo spiegavano ripetutamente in tutti i quotidiani e riviste, ma che non potevano ignorare perché il successo di quei “filmacci” aveva infiammato tutti gli italiani. Invece i giornalisti ignoravano che i “cinesi del kung-fu” non erano sbarcati a Roma per propria scelta: erano stati ingaggiati da una produzione italiana per girare un film italiano.

Ma che c’entrano gli italiani con il cinema di kung-fu? Malgrado oggi sia dimenticato, fra il 1968 e il 1975 è esistito un genere che alcuni chiamano “kung fu western” altri “soja western”, ma visto che è stato in tutto e per tutto un fenomeno creato dagli italiani, ho ribattezzato “spaghetti marziali”. Prima che Bruce Lee fosse conosciuto nel nostro Paese, prima che il primo film di arti marziali si affacciasse al nostro orizzonte, prima ancora che David Carradine si presentasse con il suo Kung Fu nel Far West, gli italiani ebbero il coraggio di andare là dove nessun cineasta era mai stato primaAprile 1968, gli spettatori in sala stanno assistendo ad un classico “spaghetti western”, "Oggi a me... domani a te!", diretto da Tonino Cervi e sceneggiato da un giovane Dario Argento. Siamo al finale, quando il buono si scontra con il cattivo. Il buono tira fuori una pistola ma... che succede? Il cattivo non solo è giapponese, ma estrae addirittura una katana! Una spada giapponese in uno “spaghetti western”? Gli spettatori sono allibiti: chissà quanti di loro hanno colto la citazione al contrario de "La sfida del samurai", il celebre film di Kurosawa in cui il buono con la katana affronta il cattivo con la pistola. Il dado è tratto e non si può più tornare indietro. Inizia una serie di piccoli film dimenticati in cui registi italiani si rifanno ai miti del chanbara giapponese - che in fondo è la versione nipponica del western. L’unico film che rimane famoso di questo periodo è "Sole Rosso", co-produzione italo-franco-spagnola che si rifà in buona parte all’italianissimo "Silent Stranger" (non è purtroppo possibile risalire con sicurezza al titolo italiano con cui uscì in sala questo film). Dopo essersi divertiti a fondere giapponesi e western, gli italiani nel 1973 scoprirono qualcosa di grandioso: il cinema di Hong Kong in cui gli attori si pestavano a mani nude. L’esplosione nelle sale italiane fa capire ai produttori che bisogna ora andare per quella via, e addirittura ingaggiano nel nostro Paese un bravo attore come Lo Lieh. Prima ancora che Bruce Lee arrivi in Italia, Lo Lieh è il simbolo del kung-fu e viene gettato in pellicole come "Là dove non batte il sole", affiancato da un altro simbolo immortale come Lee Van Cleef. Mentre nasce il mito "Il mio nome è Shanghai Joe" - un autentico culto all’estero ma pressoché dimenticato in Italia - ci si rende conto che questo è anche il periodo del western comico, dalla coppia Spencer-Hill al Provvidenza di Milian: quindi il genere “spaghetti western” si ammanta anche di scene forse non molto umoristiche ma considerate comiche all’epoca. Proprio una di queste pellicole, nel gennaio 1975, sembra chiudere idealmente questo esperimento italiano: "Il bianco, il giallo, il nero". Un trittico di attori amati dal pubblico - Giuliano Gemma, Eli Wallach e Tomas Milian - accompagna al tramonto il genere “spaghetti western”, e noi lo salutiamo rifacendoci ad una delle battute del personaggio interpretato da Milian in questo film, quando tenta il suicidio: «Qui finisce l’avventura del samurai Sakura».

Per saperne di più, per un viaggio più completo nel sorprendente mondo degli “spaghetti marziali”, vi invito a scaricare gratuitamente il mio saggio breve in eBook: http://luciusetruscus.altervista.org/spaghetti/spaghetti.htm




venerdì 17 maggio 2013

CINEMA: ASPETTANDO DJANGO



Avevamo promesso il West.. e il West è Action... così, in attesa di parlare diffusamente del film di Tarantino, scopriamo il western orientale
Takashi Mike, regista prolificissimo e variegato nell’ispirazione, pulp a volte sino all’estremo e ingiustamente snobbato da chi considera il cinema giapponese obbligatoriamente una raccolta di immagini statiche e iconografiche, diresse  pungolato dall’amico Tarantino un film atipico nel 2007.
Sukiyaki Western Django è, in realtà, molto più citazionista e complesso del recente film di Tarantino, al quale è comunque riservato un ruolo di cantastorie che deve averlo divertito moltissimo(di chiama Ringo e veste come Eastwood ma, nel proseguio della storia appare come il classico vecchio della montagna giapponese padre di un bimbetto che ha chiamato Akira perché ‘Sono sempre stato un otaku!’). Questo film è riproposto oggi in versione di lusso con più di un’ora di contenuti extra.
Prodotto non per tutti, giacché unisce allo stile di Mike un citazionismo esasperato (qui sì …altro che nel film di Tarantino che è una pellicola per tutti) che richiede conoscenze approfondite della storia giapponese, del suo cinema pulp e, ovviamente, una grande passione per il western all’italiana. Tutto con visi orientali sconosciuti ai più.
In una sontuosa cornice autunnale dai colori saturi Mike crea un meta universo fine ottocentesco che mescola l’iconografia western italiana(cappottoni, colt, mitragliatrici, villaggi spazzati dal vento, ballerine in bustino) a quella del chanbara (magnifica la scena in cui il capo del clan bianco dei Genji ferma un colpo di  katana con il palmo delle mani, dimostrazione tipica dello stile kyokushinkai di karate). Intrecci di vendette, con flashback dai colori saturati, personaggi buffi e grotteschi(lo sceriffo dalla doppia personalità, i proiettili che aprono buchi attraverso cui è possibile vedere nei corpi dei morti) tutto per dirci che western e racconti samurai hanno una radice comune. Lo sapevamo ma riproposta con tale abilità la manovra riesce.
Sukiyaki Western Django evoca i western ambientati in oriente della Nikkatsu girati negli anni 70 ma anche  un universo favoloso, creato dalla fantasia degli appassionati in cui davvero si affrontano spada e katana, come in Sole Rosso. Qui viene riproposta in un villaggio in stile western nel quale affiorano costruzioni e interni tipicamente nipponici, la guerra del Genpei (1180-1185) trai clan Minamoto e Taira come fu rivisitata nell’Heike Monogatari, romanzo classico del quale non sfuggono le somiglianze con la Guerra delle Rose inglesi (non per nulla oggetto di citazione). I bianchi e i rossi, un tesoro nascosto, una donna  guerriera, un bambino e una vendetta. Aggiungete il pistolero misterioso e senza nome che arriva e distrugge i due clan e avrete un mix tra Eastwood e Corbucci, tra Leone e Kurosawa, tra Fukusaku e Castellari.
Mike attinge a piene mani dall’immaginario del western all’italiana sia nella dinamica  dei personaggi che nell’azione. C’è la cassa da morto con la mitragliatrice, ma anche la corazza che preserva dalle pallottole, la Derringer nascosta nella manica, il vento, la pistolera giapponese e persino un duello  sotto la neve che non può non ricordare il grande silenzio. Eppure tutto è condotto in modo originale, nipponico più che occidentale, stupefacente e gradevolissimo anche per chi non si ferma alle sollecitazioni ottiche.
L’idea della vecchia guaritrice del popolo degli Anasazi (tribù indiana scomparsa nel New Mexico misteriosamente) da sola vale tutto il film. Come la scritta finale sul piccolo Akira, superstite del massacro finale e ormai padrone del tesoro e della pistola: "molti anni dopo emigrò in Italia e si fece un nome come Django". Da vedere assolutamente abbinato al film di Tarantino per coglierne le differenze. Oppure anche così, perché è uno spettacolo con i fiocchi che un po’,come sempre, ci ricorda che il cinema italiano d’intrattenimento è morto e sepolto ma, come uno zombie, dovrebbe tornare a vivere.